Survivors in the kitchen.

Quando sopravvivi ad un’apocalisse ti ritrovi con un sacco di cose da fare, tipo ricostruire l’umanità e la cosa migliore è dividersi in gruppi con compiti precisi.

A pensarci bene il primo gruppo che avremmo dovuto creare sarebbe stato quello di “perpetrazione della specie”, ma dev’essere che non ci sia venuto in mente lì per lì e siamo rimasti sulle basi: Cucina, Comunicazione, Perlustrazione e approvvigionamento e Sicurezza.

Io avrei voluto far parte del gruppo cucina, ma quasi da subito ho capito che tirava un’aria che non faceva per me. Si auto eleggono di corvée cinque italiani e tre finlandesi, che però in breve instaurano un regime forte che i nostri rappresentanti non pensano subito a contrastare.

Italiani brava gente, si sa, popolo di poeti e amatori che ci mette sempre un po’ a capire che uno stato non è sano, perché ci interessiamo poco di politica, noi siamo artisti, il potere ci sporca le menti colorate.

Fino a un certo punto, però.

Il primo risveglio dalle terre di Babbo Natale prevede porridge per colazione, che se già nella versione originale fa tanta tristezza, qui viene cucinato facendo bollire ciò che abbiamo e cioè orzo, reso esausto e legato con i carboidrati del pane in cassetta. Una sorta di omicidio conclamato. Una spruzzata di zucchero sopra e la fame nello stomaco e lo buttiamo giù.

Trangugiamo parlando del pane, burro e zucchero che preparavano le nostre nonne e sognando biscotti e marmellata e Nutella, che ho intravisto nella cassetta dei viveri in cucina.

Italiani brava gente, si sa.

La cena la consumiamo a lume di candela, insipida come è insipida la neve, sarà che gli stranieri pensano alla nostra salute e oltre a razionare come matti e centellinare i chicchi di riso, rigurgiti antichi li portano a limare anche su un bene così prezioso come il sale.

Gli italiani brava gente cominciano a scambiarsi sguardi eloquenti e qualcuno va a parlare agli altri dello staff.

Non si può fare proprio niente? Non si può avere qualcosa in più da mettere sotto i denti? Un pezzo di pane, una mela, una mattonella del pavimento con un filo d’olio?

Uno dei ragazzi biondi scuote la testa e le italiane ci fissano con sguardi impotenti e rassegnati.

Torniamo nel salone, attizziamo il fuoco e borbottiamo qualcosa sottovoce, come se potessero capire e parliamo della pasta e del ragù della nonna, della parmigiana della mamma e pure dei Sofficini bruciacchiati che ci cucinava papà.

Andare a dormire presto è l’unico modo per non sentire i crampi della fame e faccio così, batto le galline sul tempo e sono nel letto alle nove e mezza.

E come nei migliori decaloghi della Legge di Murphy quella notte accade di tutto.

Due dei nostri assaltano un furgone dell’Organizzazione e recuperano cibo per due giorni: mele, farina, lievito, marmellate, succhi di frutta, latte.

Un tesoro, una meraviglia, la manna dal cielo del popolo israelita accampato sulle sponde del Mar Rosso.

Il mattino dopo il porridge esausto fa esaurire anche noi. I borbottii si trasformano in voci chiare e distinte, i piatti restano a metà, il porridge viene scambiato con gli inglesi per una sigaretta, un pezzo di pane, un sorso di caffè.

Qualcuno intona una canzone ritmata che sa di resistenza e libertà. Italiani brava gente, ma se hanno fame e li fai mangiare male, capita che si offendano e per colpa del germe dell’orzo nasca il germe della rivoluzione.

Due di noi prendono coraggio e  vanno a parlare ai patrioti in cucina. Facciamo qualcosa, sì, ma cosa? non lo so, ma basta questo schifo, possiamo darvi una mano, ma se provaste a chiedere? Non pensateci nemmeno, non si può, pensa che abbiamo chiesto di impastare la pizza e ci hanno detto di no.

Questa poi.

Li istighiamo, gli ricordiamo che siamo nelle loro mani, che tutto dipende dal loro coraggio, che qualcosa bisognerà pur fare, che non si può restare così, che avranno l’appoggio del popolo, ma bisogna agire, subito, adesso, non si può aspettare.

E intanto i finlandesi sono andati a dormire per recuperare le ore di sonno perse nel fare i turni. Hanno chiesto di essere svegliati verso le dieci.

Ci scambiamo altri sguardi e poche parole sussurrate. Le italiane si voltano e cominciano ad aprire le credenze, gli sportelli e i cassettoni. Compaiono pentole, terrine, qualcuno afferra la farine e qualcun altro comincia a fare scaldare l’acqua per sciogliere il lievito. Impastano in tanti, sopra il tavolo del salone, bisogna fare in fretta, non devono accorgersi di nulla.

Siam pronti alla morte, la pizza chiamò.

Canovacci bianchi coprono gli impasti che iniziano a lievitare e andiamo tutti quanti fuori al sole.

Italiani brava gente, ma dire di no alla pizza non si può.

Arriva il pomeriggio, dobbiamo alzare le tende e salire all’altro rifugio dove c’è il forno a legna. Ci carichiamo l’impasto sulle braccia, un po’ a testa, aiutiamo tutti, ci diamo il cambio, ma l’oro bianco deve arrivare fin là. I patrioti italiani ormai hanno preso coraggio, sembrano più alti e hanno il popolo dalla loro. Alla parola “pizza” anche i francesi hanno inclinato la testa e ora ammiccano e ci danno un silenzioso sostegno, le mani in tasca, non troppo partecipi, ma il loro viso dice: “Se gli italiani fanno la pizza, …pourquoi pas?”.

La corvée diventa tutta italiana e altri si aggiungono, accendiamo il fuoco nel forno, stendiamo l’impasto, prepariamo teglie di pizza al pomodoro, focaccia alla cipolla, al formaggio, olio e rosmarino trovato nei boschi e origano raccolto nei prati.

Compare della salsiccia che decidiamo di cucinare sul fuoco con le patate.

I finlandesi sono tranquilli e aiutano a preparare i tavoli sul piazzale antistante la casa. Sembrano rassegnati.

Noi continuiamo a preparare, ci muoviamo veloci, precisi, preparati, organizzati come lavorassimo insieme da sempre, ne abbiamo fatto una questione di principio, non possiamo che fare qualcosa di spettacolare, gli italiani sono fatti così, ci mettono un po’, ma poi sono i numeri uno a dare il meglio di sé.

Li serviamo tutti e settanta, pizza e salsiccia e insalata di pomodori. I piatti escono dalla cucina uno dopo l’altro, impiattati tra il caos e le urla tutte italiane, manco dovessimo fare il risotto al tartufo per seicento persone e alla fine mangiamo anche noi, in piedi, alla luce della luna, esausti, felici, mentre la folla applaude la cena e noi ci godiamo la scarpetta della focaccia nel sughetto della carne.

«Se deve finire il mondo, finirà con gli italiani ai fornelli» sento dire da uno dei partigiani che hanno difeso la civiltà.

Italiani brava gente, ma a tavola anche no.

(Grazie a Maria Elena per la foto di Caselle).

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